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5.10.13

Ingredient Strategy: Creare valore e comunicare l’ingredient brand


Sono felice di annunciarvi che il 25-26 ottobre 2013 sarò al corso SDA Bocconi "Ingredient Strategy - Creare valore e comunicare l’ingredient brand" con Erica Corbellini per parlare di moda responsabile e tracciabilità di filiera. 

La globalizzazione della rete di fornitura verso paesi a basso costo della manodopera ha creato pressioni insostenibili sui margini dei produttori, schiacciati tra le richieste di prezzi sempre più bassi e la difficoltà di comunicare a valle il valore da loro creato. In tale contesto, per sostenere il proprio vantaggio competitivo le aziende a monte devono puntare su una logica di differenziazione e non solo di costo, investendo nella creazione e valorizzazione del brand e nell’innovazione di prodotto, servizio e modello di business.
Durante il corso cercheremo di dare risposta a questi temi:
Come creare valore ed identità per un ingredient brand?
Come lavorare per garantire la tracciabilità del prodotto e del processo produttivo?
Come innovare e comunicare l’innovazione in maniera chiara?
Come sviluppare operazioni di co-branding?
Perché integrare la logica B2C a quella B2B?
Come fornire un servizio “chiavi in mano” al cliente-brand?
Come lavorare nell’ottica del CRM integrato?
Tramite la discussione di casi eccellenti tra cui Albini, Vitale Barberis Canonico, Lycra e Newlife, e la presentazione di metodologie specifiche per le aziende a monte, il corso si propone di offrire alle imprese della filiera tessile, calzaturiera e della pelletteria  una via concreta di uscita dalla crisi. L’obiettivo è quello di costruire un vantaggio di differenziazione basato sul concetto di ingredient branding, ovvero un orientamento al mercato che pone al centro della strategia aziendale la creazione di valore per il cliente intermedio e per il suo consumatore finale.
Il corso si rivolge ai responsabili marketing e commerciale oltre che ai responsabili ricerca e sviluppo delle aziende tessili e della pelletteria. Per i temi trattati il corso è indicato anche per gli imprenditori e l’Alta Direzione.
Per maggiori informazioni scrivetemi a francesca.rinaldi@unibocconi.it o andate sul sito http://www.sdabocconi.it/it/formazione-executive/ingredient-strategy 

13.1.11

Interview: There is no business to be done on a dead planet. The success of Patagonia.


There is no business to be done on a dead planet. This can be read in the Patagonia headquarter offices in Ventura (California), clothing brand known for being "the" paradigm of corporate responsibility. Meeting in Milan, Mario Campori, European Retail Director at Patagonia, has been essential to better understand its fascinating philosophy.
Rollerblade is the scooter as Iacuzzi is the hot tubs, just like Patagonia is...the fleece jacket! I ask Mario which were the reasons for this company success and he replies that the secret is simply having the right product, manufactured granting the respect for the environment. The secret of success starts firstly from its founder, Yvon Chouinard, 71, who decleared to "be in business just to save the Earth!”. In 2009 he also wrote a book entitled "Let my people go surfing" (Vivaldi Publishers, 2009), a clear manifesto of his passions: climbing, fishing, surfing, skiing and trekking.
Which are the principles of environmental responsibility that led Patagonia to be regarded as a benchmark from companies such as Wal-Mart - the second biggest group in the world - in the way of lightening the carbon footprint?
In its site "The Footprint Chronicles" Patagonia declares "the good" and "the bad" of each product and which materials were used, information on the traceability and the recyclability of the product in addition to R&D expert assessments.
Environmental protection of Patagonia is detached from commercial interests: when Patagonia invites customers to return items arrived at the end of their lifecycle is because the company feels the need to "close the circle" and "assume total responsibility for the products." The products returned are then sent to Japan (with ships, to optimize the transportation) and recycled to obtain new clothes.
Patagonia's commitment to the environment is also confirmed by the "1% For The Planet." Since 1985, Patagonia has pledged 1% of sales to the preservation and restoration of the natural environment. Now the founder of Patagonia, Yvon Chouinard, and Craig Mathews, owner of Blue Ribbon Flies, have created a non-profit corporation with the sole purpose of encouraging businesses to give back to the environment. 1% For The Planet® is an alliance of businesses that understand the necessity of protecting the natural environment. “They understand that profit and loss are directly linked to the health of our environment”.

- To read an exclusive interview to Yvon Chouinard visit this site
- “The Footprint Chronicles" can be found here
- To learn more about “1% For The Planet” check out here
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Non si fanno affari su un pianeta morto. Questa è la scritta che si legge negli uffici a Ventura (California) di Patagonia, brand di abbigliamento tecnico conosciuto per essere “il” paradigma della corporate responsibility. Incontrare a Milano Mario Campori, European Retail Directori di Patagonia mi è servito per capire meglio l’affascinante filosofia aziendale.
Rollerblade sta al monopattino, come Iacuzzi sta alle vasche idromassaggio, come Patagonia sta...al pile! Gli chiedo quali siano stati i motivi di questo successo aziendale e Mario mi risponde che il segreto è semplicemente avere un prodotto giusto, realizzato nel rispetto dell’ambiente. Il segreto del successo parte però in primis dal suo fondatore, Yvon Chouinard, 71 anni, che afferma serenamente di “essere in affari solo per salvare la Terra”! Leader carismatico e decisamente fuori dalle righe. Pensate che nel 2009 ha anche scritto un libro intitolato “Let my people go surfing” (Vivalda Editori, 2009), chiaro manifesto delle sue passioni: climbing, pesca, surf, sci e trekking.
Quali sono allora i principi di responsabilità ambientale che hanno portato Patagonia ad essere considerata come benchmark da aziende quali Wal-Mart - il secondo gruppo più grande al mondo - nelle modalità di alleggerimento della propria impronta ecologica?
Nel sito “The Footprint Chronicles” Patagonia racconta “the good” e “the bad” di ogni prodotto: è possibile leggere quali materiali sono stati utilizzati, informazioni sulla tracciabilità del capo e sulla riciclabilità dello stesso oltre alla valutazione di esperti di R&S.
La salvaguardia ambientale di Patagonia è slegata da fini commerciali: quando Patagonia propone ai clienti di restituire i capi alla fine del ciclo di vita è perché sente la necessità di “chiudere il cerchio” e “assumersi la responsabilità totale dei prodotti”. I capi restituiti vengono mandati in Giappone (con navi, per ottimizzare il trasportp) e vengono riciclati per ottenere nuovi capi di abbigliamento.
L’impegno di Patagonia per l’ambiente è attestato anche dall’iniziativa “1% For The Planet”. Dal 1985 Patagonia riserva l’1% delle vendite per la conservazione e ripristino dell'ambiente naturale. Il fondatore di Patagonia, Yvon Chouinard, e Craig Mathews, proprietario di Blue Ribbon Flies, hanno creato una società senza scopo di lucro con l'unico scopo di incoraggiare le imprese a “restituire all'ambiente”. 1% for the Planet ® è un'alleanza di imprese che capiscono la necessità di proteggere l'ambiente naturale: “profitti e perdite sono direttamente legati alla salute del nostro ambiente”.

- Per leggere un'intervista esclusiva a Yvon Chouinard, clicca this site
- “The Footprint Chronicles" è su here
- Per sapere di più su “1% For The Planet” vai su here

26.2.10

La certificazione biologica: intervista a Paolo Foglia


Per fornire una panoramica sul sistema di certificazione nazionale ed internazionale del tessile-bio ho intervistato Paolo Foglia, Responsabile Ricerca & Sviluppo di ICEA, Istituto per la Certificazione Etica ed Ambientale.

Cos’è l’ ICEA?
ICEA è tra i più importanti organismi del settore in Italia e in Europa, con oltre 11.000 aziende controllate a forte valenza etica, ambientale e sociale, 300 tecnici e 23 Strutture Operative Territoriali in Italia e all'estero.
Opera per favorire uno sviluppo equo e socialmente sostenibile che dall’agricoltura biologica si estende agli altri settori, tra cui il tessile bio.

Quali sono i riferimenti normativi per il tessile-biologico? Esiste un'armonizzazione a livello internazionale?
Per definire in maniera corretta un “Prodotto Tessile Biologico”, dobbiamo prendere in considerazione due documenti normativi.
Il primo è il Regolamento CE 834/2007 relativo alla produzione biologica e all’etichettatura dei prodotti biologici. Il regolamento europeo trova oramai una corrispondente legislazione in tutti i principali paesi. Ad esempio, negli Stati Uniti vige il National Organic Program (NOP), in India hanno adottato il National Programme for Organic Production (NPOP).
Tutti questi strumenti legislativi, seppure con qualche piccola differenza tra loro, stabiliscono un quadro normativo generale per la produzione biologica, e si applicano ai seguenti prodotti provenienti dall’agricoltura:
- prodotti agricoli non trasformati, come cotone;
- prodotti agricoli trasformati destinati ad essere utilizzati come alimenti.
E qui, abbiamo un punto molto importante. Tutti i processi manifatturieri tessili (dalla filatura alla nobilitazione) non rientrano nello scopo delle varie normative nazionali o regionali in materia di agricoltura biologica.
Proprio in ragione di questo vuoto legislativo è stato predisposto ed adottato a livello internazionale il Global Organic Textile Standard (GOTS), che introduce criteri ambientali e sociali che si applicano al sistema manifatturiero tessile.

Ci sono aziende che hanno deciso di certificare solo il cotone bio senza certificare il processo produttivo?
La certificazione che segue gli standard GOTS implica inevitabilmente la certificazione di tutto il processo, dalla materia prima fino alla realizzazione del prodotto finito. Ciò non toglie che ci sia ancora una “linea d’ombra” che alcune aziende non hanno varcato limitandosi alla certificazione della mera materia prima.

Quante sono in Italia le aziende del tessile-abbigliamento certificate?
Se consideriamo tutta la filiera sono circa 200 (la maggior parte certificate da ICEA, le altre sono certificate da CCPB).
Il tessile certificato ha ancora un peso rilevante rispetto all’abbigliamento certificato.

E' possibile certificare l’intero processo produttivo lungo la filiera?
ICEA effettua una verifica documentale per poi passare alla verifica ispettiva non solo presso l’azienda richiedente la certificazione ma anche sugli eventuali contoterzisti coinvolti nel processo produttivo. Viene inoltre compiuta un’analisi sui campioni attraverso delle prove fisico-chimiche. Tutti i controlli devono attestare che il prodotto tessile:
- sia ottenuto con cotone o altra fibra naturale (lino, canapa, ecc.) che sia stata coltivato con il metodo dell’Agricoltura Biologica in accordo ai criteri fissati dal Reg. CE 834/2007 (Europa) o dal National Organic Program (USA);
- sia stato prodotto e nobilitato in accordo ai criteri ambientali e sociali definiti dal Global Organic Textile Standard (GOTS).

Quali sono le difficoltà nella certificazione del tessile-bio?
Le difficoltà sono su un doppio livello:
- Livello agricolo (produzione del cotone)
Il fatto che le contaminazioni viaggino con il polline determina il risultato di non poter facilmente proteggere la coltivazione bio da quella non-bio a qualche centinaio di metri di distanza. Il problema è amplificato se pensiamo all’ampia diffusione dell’uso di sementi OGM (l’OGM supera oggi il 40% dell’intera produzione mondiale).
- Livello di tracciabilità del processo produttivo
L’organizzazione produttiva del tessile (bio e non) è molto frastagliata: ad esempio il cotone può arrivare dall’India, venire filato in Turchia, tornare in Europa per poi essere confezionato in Bangladesh!
Ma è proprio la tracciabilità uno dei punti di forza della certificazione bio: nell’alimentare come nel tessile il problema esiste ma deve essere affrontato!

19.2.10

Parla come mangi


Negli ultimi anni si fa un gran parlare di "bio", “sostenibile”, “green”, “eco” e questi aggettivi sono sempre più spesso riferiti ai prodotti del tessile-abbigliamento.
Quando un prodotto tessile può essere definito biologico? Per ora basti dire che biologico è un prodotto ottenuto da fibre naturali e lavorato rispettando criteri ambientali e sociali.
Concetto strettamente legato al bio è quello della tracciabilità lungo tutte le fasi del processo produttivo, dalle materie prime ai prodotti finiti.
Per meritarsi l'appellativo di bio un prodotto dovrebbe sempre essere anche etico: nella manifattura dei prodotti tessili biologici si dovranno quindi usare pratiche, tecniche e/o tecnologie che consentano una riduzione nell’uso di prodotti chimici, acqua ed energia e rispettare i diritti dei lavoratori lungo tutta la filiera produttiva.
Nei prossimi post vi racconterò quanto variegato sia già il segmento bio-fashion nato solo da qualche anno in Italia.